venerdì 10 febbraio 2017

Un coro a tre voci





























“Un coro a tre voci” è una rilettura di testi di Mandel’štam, Nabokov e Brodskij ed ispirato a “The idea of north”, un contrappunto radiofonico di Glenn Gould.


Le traduzioni sono mie.

giovedì 2 febbraio 2017

da: conferenze sull'impraticabilità del mondo / simona menicocci




è sottratta una durata, dunque schiacciato, è così schiacciato tra la rincorsa dei mezzi e al contempo privato del respiro necessario, e con esso la fatica, la persistenza delle polveri sottili, il doppio lavoro, se e come e quanto un curriculum divenuto sentimentale possa dar conto cioè dire, poniamo, nella posizione giusta per stare, impossibile, riappropriarsi del godimento di imparare, quantomeno, immaginarsi – e nel far questo, questo tenere, e nello scrivere, produzione e prolungamento di un mondo, come habitat (della retribuzione, della vulnerabilità), mai guadagnatosi un diritto, in una eterna, il presente, proporre di rivendicare, continuamente frammentato, che il neoliberalismo impone e raramente attualizzato come prassi, non ha bisogno di uno svolgimento per acquisire valore, in fondo l’avvenire, scriveva, non è che una frase che avanza, continuerà come ritmo, senza però postulare, abita e stabilisce, per così dire, un fuso orario autonomo, sottratto, è quello che resiste alla logica dell’agonia, che vorrebbe una perenne e progressiva caduta verso la morte (confine, disoccupazione, bancarotta, come se non fosse già ovunque attorno a una guerra, malattia, su cui una polis, su cui una misura differente, che cosa può essere, allora, e come fare, che possa essere usato e disperso, fatto di frasi, senza criteri scientifici di selezione o pretese di esaustività, motivo centrale è, al pari del microscopio o del telescopio, la realtà in flagrante, lo stato di permanente ricostruibilità del mondo visibile è anche il luogo di una perversione: ecco, ho cercato di maneggiare, ecco, ho cercato di maneggiare, ogni oggetto, è in continuo montaggio, un continuo, fondamentale, in questa concezione, è il procedimento dal basso, rimanere al ceto di partenza, in tutti questi casi ci troviamo di fronte a un intento, un vedo concentrato in ogni materiale, intendeva il materiale come qualcosa da cui si potesse attingere più volte, è fatto con frammenti di realtà organizzati in soggetto, che si cristallizza, si rivela, si smonta.



alcuni, il terzo punto da confutare è che chi lavora, e non solo, non può darsi linguaggio, immagine, guerra, privati, di un linguaggio, un primo passaggio significativo è smontare, come atto deliberato, intenzionale, non è lineare, procede per discontinuità, coltiva la possibilità di un rifiuto a mettere in ordine, nel compost, il mondo, qui gioca un ruolo, qui non vota da 4 anni, da 4 anni cerca lavoro nella disbiosi e quali cause allora, dissentire tutto, dall'olocene al piloro, il dottorato è solo su Tasso, o la mano sulla coscia, in aula come in taverna, brachialgia, e, nei casi più gravi, coinvolgerà un pubblico virtuale, dire solo sì o no, no, ma, e questo andrà a creare una pressione sulle strutture, studiare l'analfabetismo di ritorno, col tablet per il prelinguistico, il massacro di riempire a piacere con minoranze a caso, e ci sono pure vari tipi, non si difendono o si difendono male, proprio per questo l’erniazione e altre ragioni di natura, geografia, e quindi abitazione, quindi cavitazione, ovvero le svariate conseguenze dell'atto del lavoro, in inglese, come fertilità, quindi animale da reddito o da monta, bello e bravo, si raccomanda, o era invece un troll, un ministero, a sua insaputa, intanto permette una pulizia per asportazione, durante questo periodo le articolazioni non scrocchieranno, dopodiché sarà ancora possibile, il messianismo è tutto italiano, se d'altronde, una filosofia della storia che concepisce il tempo come tempo a termine, non sviluppa una diagnosi del presente, non c'è altro, come non vivere mai, peggio, si intende la fuoriuscita dalla sua sede, storia, decisamente dolorosa e altrettanto invalidante, protrusione – ovvero una sociopatia – che crea altro.



a Niccolò Furri

le ipotesi erano dirette a Gorino, Gorino in epistemologia indica la premessa non necessariamente vera di una dimostrazione, il mero fatto che il soggetto, propriamente, sia sempre dentro, le barricate, condizioni che minano, o che vorrebbero ostacolare, la vita, e significa, sempre, siamo suscettibili, in misura crescente, esponenziale, automatica e sistematica, non è una questione di razzismo, e non è una questione, con quale responsabilità politica, ad esempio, ancor prima che filosofica, si ha il coraggio di ricordare, ammettere di non aver sentito troppe risposte all'altezza di queste domande, benché non ne abbia nemmeno io, com'è evidente, contempla perfettamente l’idea che il divenire un nullatenente non sia una remota possibilità, nessuna sporgenza per una presa, eppure ci sono punti di resistenza invisibili dappertutto, ciò su cui preme qui insistere, tuttavia, è che insistere ad esistere in questa barbarie, che secondo le deplorevoli strumentalizzazioni di queste parole, dipende da un determinato insieme di condizioni simboliche e materiali, una presenza, evidentemente ingombrante, ha prevalso, il suo famoso detto "hypotheses non fingo" (non invento ipotesi) vuole escludere, chiudendo l’accesso e arrivando a impedire, il paese vive soprattutto, sono un fatto, ma non isolato, ci sono sempre esempi più gravi di questo, non è un esempio, le proteste, le rivolte, le sassaiole, gli attacchi incendiari, è invece proprio questo a parlare, arriva alla verità solo con il ritrovare se stesso nel totale smembramento, tutti, d'altronde, prima o poi, è ciò che ci accomuna in quanto, niente, al proliferare ininterrotto e convulso di differenze e novità, paure, il sottotesto implicito è che rende la vita invivibile, ripeto: non parlo, si tratta di un’affermazione che leggo come un modo, dirimente, al contrario, è osservare, che ne è del fatto o del fatto di essere, ontologicamente dipendenti e tuttavia politicamente arrabbiati, o sfiniti, d'altronde la politica, se d'altronde, è la morte che è, vivere una vita umana, entro canali di perfetta e innocua docilità, sottilmente plasmata, o pesantemente indotta.  

giovedì 26 gennaio 2017

elettrogenica 1 / roberto cavallera. 2017


disciplina infantile di mistiche mute e dive inesistenti sempre più lente gradive nell'aumento dell’attenzione (leggere di decomposizioni alcaline dal naturale processo verminale che diffama ogni alterazione). dei due mondi, uno è quello nuovo yx. la febbre costante genera alcune ipotesi, nessuna delle quali di conforto. solubili ai fatti, metromanti dalla resistenza cool s'accalcano al club equivocando l'odio, i fracassoni zyklon nel senso in cui va preso TIII. B Zombie dall'alcoole buono tagliati da un purissimo pubblico che nemmeno esiste il vivere decente è indecente se impiegato come nell'esempio a47 trasformazione impotente e senza titolo, salti di gioia indicativi di una certa cattività - noi, ad es. non si festeggia mai - la rappresentanza specifica dell'incontinenza guardate voi «confesso il miscuglio manifesto, little girls dùofuà » all'incirca quel verso - vegetabili poi rilasciati al montaggio script smeraldino si palesa sulla pagina era il 198? Tavola XI esprimente gli esseri umani motivo di frequente preoccupazione incontrammo una lieve resistenza (CFC 1) viventi, avete pensato ovvi pensieri a seconda di discriminazioni civettuole e distinte contigenze rilascio liquido e inserimento o patto di desiderio per la comprensione immediata, l'elenco dei brani si altera sulla copertina - alcuni riconoscono il foglio la libertà sopraffina, malposta, dibattito fra imitatori della parola scritta new realease d'etère d'ossìsolfo (acido di violazione refrattario al trattamento sino all’iperbole» una espressione di n. a n. rettificato il discorso sulle tecniche di loop insoliti - adottate un senso - la lampadina che manda luce, termod. d'incongruenza al canto molti grecismi ad alta voce il messaggio luminoso allora, la polizia dei venuti dopo. governabilità aumentata di dieci minuti - alla grande con orari fissi ed etica dei fluidi - hanno determinate esigenze - materiale dei fili etere acetico (ossiacetico) studio di grossi universi, molto grossi - correnti estreme e senza compromessi - leggere gramsci a casa degli sposini mod - tecnologia senza perdita - 259: rendere per risentimento. Elenco dei diversi interessi ed argomentazioni. se il caso, mettere invece di nascondere. trasmissione d'un crimine sottile sottile, una foglia, un oro, fat32 e maieutiche moderne. musica di tutti i tempi per tutti i gusti - e senza fili - il diametro piccolissimo a6| Elenco di alcune Farmacopee sperimentazione di un amore che passa a fatica - dlspensatori antichi ancora usati per la loro forza, la spinta forgiata fra le quadrighe le riprese li immortalano travolgere il gruppo in una performance pazzesca "air art estrema a65: trasmissioni che descrivono un colore - a66: favole di k. dal grande alambicco. si chiama delectatio una gran parte per il tutto, mi morosa: Tavola X. Del peso richiesto dalla base per tenersi su. tanto specifica l'attesa che si moltiplica sfinendosi altri direbbe solforico differimento, proverbialmente aereo nitro selfie dell'oscuro miscuglio ballerino Tavola XI il contemporaneo anacronista: «il contemporaneo ha intensità e gusto molto ragionevoli Tav. XII Sulla pressione delle ganasce tav xiii pippiolina rist in un brodo di giuggiole - promessa di non leggerne mai più - minimazurka al buio dove più lucente risulta il tempio, teatro esemplare per altre luci e stelle da amare solo da grandissime distanze, come è giusto che sia



sabato 21 gennaio 2017

Porà - rivista (numero zero)



Esce oggi il numero zero della rivista Porà.

Pubblichiamo tre testi di Dmitrij Aleksandrovič Prigov e una foto di Aurora Di Napoli.

Porà è una rivista aperiodica. Circola attraverso email inviate in Ccn. Pubblichiamo poesia, prosa, nuove scritture in italiano o in traduzione italiana accompagnate da un'opera visiva.

Per informazioni, proposte, invio materiali o per ricevere Porà scrivere a: pora.rivista[at]gmail.com


Redazione: Aurora Di Napoli, Giorgia Romagnoli

Elaborazione grafica: Aurora Di Napoli

(La rivista è totalmente gratuita e non ha scopo di lucro. Tutti i diritti riservati agli autori.)

lunedì 25 luglio 2016

D. A. Prigov - Sette nuovi racconti su Stalin


1. 
Un giorno durante l’infanzia, Stalin andò con un amico davanti a una macelleria. Stalin afferrò un pezzo di carne e scappò. Lo acchiapparono e gli chiesero: “Lo hai rubato tu?” “No, – rispose – è stato lui.” E l’amico allora venne fatto a pezzi. 



2.
La vita sta andando terribilmente male per il popolo. Si ribella. Gli zar chiamano Stalin e gli dicono: “Porta il popolo sulla Piazza del Senato.” Stalin condusse il popolo, lì c’erano dei gendarmi. Stalin cominciò a sparare, furono uccisi tutti. Più di un milione.


3.
Un giorno Trotskij, Zinov’ev e Bucharin andarono da Stalin e dissero: “Sei ingiusto. Lasciaci parlare.” Stalin prese la pistola dalla scrivania e gli sparò sul posto.
E ordinò di sotterrare subito i cadaveri.


4. 
Un giorno Stalin andò da Lenin a Gorkij. Vide che non c’era nessuno e uccise Lenin. E sotterrò il cadavere senza che nessuno se ne accorgesse. Ritornò a Mosca e disse: “Lenin è morto. Ha lasciato tutto a me.”


5.
Un giorno la moglie andò da Stalin e disse: “Perché hai sottratto tutti i soldi a quelle povere donne? Non è bene.” Stalin prese la pistola dalla scrivania e le sparò sul posto. E ordinò di sotterrare subito il cadavere.


6.
Un giorno Nikita Sergeevič Chruščёv andò da Stalin e disse: “Sei ingiusto. Lasciaci parlare.” Stalin prese la pistola dalla scrivania, ma Chruščёv fece in tempo a sparare per primo e a uccidere Stalin. E ordinò di sotterrare subito il cadavere. 


7.
Un giorno Stalin camminava per strada. La gente lo riconobbe e gridò: “Eccolo, Stalin!” Stalin si mise a correre, e la gente dietro di lui. Lo raggiunsero, lo fecero a pezzi, lo bruciarono e gettarono le sue ceneri nel fiume Moscova. 


*
da Dmitri Aleksandrovič Prigov, Napisannoe s 1975 po 1989 [Scritti dal 1975 al 1989], edizioni Novoe literaturnoe obozrenie, 1997


 Trad. g.r. 

giovedì 21 aprile 2016

D. A. Prigov - Secondo banale ragionamento sul tema: Essere famoso non è bello


Quando sei famoso
Essere famoso non è bello
Ma se non sei famoso
Allora essere famoso non è soltanto
Auspicabile, ma anche bello
Eppure la bellezza non è esito
Della tua possibile fama
Ma la fama è risultato
Della bellezza,  e la bellezza salverà!
Ma essere famoso, certamente, non è bello
Quando sei già famoso



*
da Dmitri Aleksandrovič Prigov, Napisannoe s 1975 po 1989 [Scritti dal 1975 al 1989], edizioni Novoe literaturnoe obozrenie, 1997

  
                                                                                                                                                                                                         Trad. g.r. 

martedì 26 gennaio 2016

l'oggetto assoluto (p. 46)


buon ultimo il nirvana. la ripresa costruita sul momento le varie articolazioni preparate prima perché tutto è previsto. abbastanza rapidamente protagonisti di questa scena: il ritiro commemorativo mollandone un tocco all'ultimo tratto - abbiamo deciso 1 minuto di deviazione. era, ricordo, esattamente la fine di mezzogiorno. ci sentivamo bene a comprimere in modo significativo il volume pieno di certe cose e di certe altre, nelle lacune della cassa si fa posto senza difficoltà, si scelgono con attenzione alcuni souvenir da una vacanza spensierata. L'AC Panzer S ama l'hardcore di A Item Ra Sun K - esiterà, ma ci sarà. 12:00 di purezza e pulizia del castello con ritratto preso in prestito dal laboratorio della speranza dove non viene scartato nulla e dove dopo una prima fase di oscurità ci ritrovammo buoni fratelli e un po' più anziani, con una foto in mano 12:01 ventilatore e rifornimento d'aria: stiamo lì, senza ricordare, in attesa del carburante. non c'era nemmeno un fiore. sospendere temporaneamente il rientro perché non c'è più speranza ma c'è N, questa soddisfatta, che avvia in automatico il tutto - delusi fosse stato il contrario - guardate giù la congestione, la ripresa generale la fatica tutta a nord. un bellmer terribilmente a modo si torce se colpito. si fa rifornimento nella pausa. candy è candidamente veloce. invitati a palazzo, siamo ridotti ai più. le influenze locali, il km 0, alcuni confessano il desiderio di scendere e leggere lo scaffale intero ardono di descrizioni alimentate da una bontà martellante parlano di bowie perché evidentemente interessa. 12:02 il trucco sta prendendo fuoco mentre coloro non possono pensare alle vedove senza commentare, l'applauso le scuoterà un po' prima di andare perché hanno sicuramente famiglia, tutte al vertice danno un paio di addii e a braccio avviano nuove evoluzioni, eye contact e fronte imperlata, sarà, ma noi puntiamo solo a dolci carezze




lunedì 21 dicembre 2015

Farset


Tentando di tornare a quel fiume, questo fiume che sto per esplorare, immagino o ricordo scrutando tra le sbarre di ferro arrugginito che coprivano un lato del vicolo dietro la scuola di St Gall in fondo a Waterville Street, con lo sguardo fisso in basso verso l’acqua scura ed esausta, le mie guance premute contro il ferro freddo. Sarà solo anni dopo che scoprirò il suo nome. Per ora lo comprendo con la noia assorta di un bambino. Fango. Acqua. Un pozzo senza fondo. Il telaio di un passeggino. Un materasso a molle arrugginito. Il fiume, il ruscello, la fognatura sgocciola da un’apertura scura e scompare dentro un buco nero. E’ questo che dà a Belfast il suo nome.

L’estrema oscurità e perplessità, tuttavia, partecipa alla derivazione del nome… il nome di Bealafarsad, che significa, secondo alcuni, città del guado della staccionata, mentre altri lo hanno tradotto, l’entrata dello stagno. Ciascuna di queste spiegazioni dovrebbe ottenere qualche conferma dai fatti locali, ma poiché è una questione di sole ipotesi, sembra esserci altro spazio per ulteriori speculazioni.

Così dice George Benn, scrivendo negli anni '20 dell’Ottocento. Dubourdieu, che scriveva qualche anno prima, afferma che probabilmente Belfast ha derivato il suo nome attuale da Bela Fearsad, che significa una città alla foce di un fiume, espressione delle circostanze, in cui si trova. La guida all’Irlanda del nord di Ward, Lock & Co., poco più di un secolo dopo, ha fornito un’altra versione: Mentre la campana nello stemma di Belfast è un flebile gioco di parole, la parola ‘fast’ si riferisce al ‘ fiume Farset’, o al banco di sabbia (o anche il fiume ora interrato in High Street). ‘Bel’ in Celtico significa ‘guado’, ovvero Bel- feirste, il ‘bel’ o ‘guado’ del ’farset’.


In tutta questa acquosa confusione una cosa sembra certa: che Belfast è una storpiatura dell’irlandese Béal Feirste. Béal è semplice. Significa un’imboccatura o la foce di un fiume; un’apertura; un accesso. L’informatore di Benn sembra averlo scambiato per baile, una città, giungendo così all’equivalente inglese del nome irlandese moderno di Dublino, Baile Átha Cliath, che significa precisamente città del guado della staccionata. Ma è nel significato di questo feirste che trova fondamento, questo genitivo di fearsad, la parola irlandese per…            

Il Rev. Dineen lo definisce come un’asta; un fuso; l’ulna del braccio; un bastone; il perno di un asse; un banco di sabbia nell’acqua bassa; un profondo e stretto canale su una spiaggia con la bassa marea; una fossa o una pozza d’acqua; una strofa, una poesia. Il dizionario di Edward O’Reilly e Thomas de Vere Conys è sostanzialmente concorde, sebbene O’Reilly contenga lo strano wallet, che compare anche nel dizionario gaelico scozzese di Duelly; e contiene il raffinato aggettivo fearsach, pieno di piccole creste sulla sabbia, una di quelle rivelazioni che si hanno nella bassa marea dell’alba, dove la terraferma sembra mimare le creste del mare: Ricordo di averlo visto proprio nella remota Gaeltacht di Rann na Feirste o Ranafast nella contea di Donegal. Per non parlare di Béal Feirste, o Belfarset in County Mayo, dove non sono mai stato. Ma prendiamo la via più semplice, e immaginiamo che fearsad sia un banco di sabbia, formato dalla confluenza tra il fiume da cui deriva quel nome – il Farset – e il fiume Lagan. Così Belfast è l’accesso al banco di sabbia, o la foce del Farset; o l’accesso al guado, poiché storicamente c’era un guado in quel punto, e la chiesa di St George in High Street, al di sotto della quale scorre il Farset, sorge ipoteticamente nell’area della Cappella vicino al guado. O supponiamo, con il dizionario gesuita inglese-irlandese di McCionnaith, che fearsad rappresenti l’asse, come nell’espressione, Bíonn an domhan ag casadh ar a fhearsaid féin, il mondo ruota intorno al proprio asse: questo viene immaginato, non come un’osservazione scientifica, ma come una reazione a qualche altro elaborato e banale aneddoto. E mio padre mi disse che le forze dell’Asse durante la Seconda Guerra Mondiale erano in verità conosciute come Lucht na Feirste, o il popolo dell’Asse (da non confondere con il popolo X dell’eponimo romanzo di fantascienza, inventato dall’ex corrispondente politico della BBC, W. D. Flackes). O in modo più fantasioso, potremmo prendere la poesia di Dineen e lasciare che Belfast sia la bocca della poesia – Farset è naturalmente connesso al latino volto nel solco, conosciuto come versus? E stranamente, per una cospirazione di storia, incidenti e geografia, il fiume Farset, questo ruscello nascosto, è tutte queste cose: è l’asse tra le opposte Catholic Falls Road e Protestant Shankill, lo seguiamo attraverso la vecchia Shankill Graveyard – ora un parco pubblico – finché non scompare sotto Shankill Road e riemerge in Bombay Street (bruciata durante i conflitti del ’68), scorre lungo il retro di Cupar Street, seguendo quasi esattamente il confine della Peace-Line, questo muro alto trenta piedi di ferro ondulato e graffitato, l’interfaccia, il termine, perso in quello che sopravvive della Venezia industriale di Belfast – poiché l’acqua, dopotutto, era energia – un labirinto di dighe, bacini, canali, sprofondamenti, ponti pedonali che ricordo nei miei sogni, costruito vicino agli stabilimenti Titanic, gocce di vapore penetrano a intermittenza attraverso la sabbia e lo smog, così sprofonda e riaffiora a Millfield e poi si perde nel suo canale definitivo sotto High Street. Ricorda un fuso, braccia, le canzoni delle ragazze lavoratrici. Non ricorda niente: nessuno entra nello stesso fiume due volte. O, come affermano alcuni spiritosi, nessuno entra nello stesso fiume una volta.


di Ciaran Carson, da Belfast Confetti (Wake Forest University Press - 1989)
trad. g.r.